Le scarpe
Febbraio 13, 2008, 5:27 am
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Non è molto tempo che ho riposto vestiti e oggetti di mamma.
E’ mancata tre anni fa, ma solo qualche mese addietro papà novantenne si è deciso a spostare le sue cose.
Ogni oggetto gli richiama ricordi di momenti loro, felici o meno non importa; alla sua età separarsene è per lui una rottura troppo forte.
Lo vedo mentre annusa il maglione di mamma mentre le lacrime gli solcano le guance.
Così per fare spazio e un nuovo ordine a lui più congeniale , alla fine s’è deciso. M’ha detto: non buttare via niente, metti tutto nell’armadio. Lascia appeso solo quell’abito lì…..
Mi sono scoperta fata, perchè sebbene senza bacchetta magica alla fine sono riuscita a chiudere le porte dell’armadio con tutte le sue cose pulite ed impacchettate, anzi insaccate in bei sacchi di nylon sottovuoto.
La confusione degli indumenti da riporre poggiati sul letto m’ha distolto dal soffermarmi sulle camicette che lei aveva cucito, o sul pizzo che l’avevo vista lavorare all’uncinetto sotto la finestra aspettando che papà rientrasse per cena… La confusione in cui ero piombata cercando di riordinare e impacchettare tutto, mi avvolgeva come la nebbia d’inverno copre e maschera i campi umidi e fradici di pioggia.
Ma poi è venuto il momento delle scarpe.
Me le porto dietro le immagini di quelle scarpe. La loro forma, il loro vuoto, il loro stare appaiate vicino a quelle mie e a quelle di mio padre, danno spessore e senso ad una vita.
Con la mente le trasporto a casa mia. Le metto accanto a quelle della mia famiglia.
Sono lì, sempre. Si sovrappongono alla stessa immagine del volto di mia madre.
Hanno voce. Parlano parole silenziose. Gridano pur restando mute.
La forma del suo piede nell’impronta della suoletta, la deformazione della punta, la sbavatura della vernice, il residuo di polvere sulle suole….
Papà mi ha detto: se ti vanno bene prendile; avete lo stesso numero di piede, tu e la mamma.
-Non mi vanno bene, pà – ho risposto, ma senza provarle. Una sorta di pudore, quasi un sacrilegio pur sapendo che nessun sacrilegio sarebbe. E se ci fosse necessità anche sul sacrilegio si sorvola. Ma non posso riprendere a calcare la terra sovrapponedomi a quelle impronte. Sono le sue orme sulla vita. Sarebbe come cancellarne il segno.
Niente e nessuno può parlare di una persona quanto le sue scarpe lasciate per sempre al’angolo del mobile, o a lato di un auto sinistrata sulla via.
Le scarpe sono i depositari di segreti di lacrime sorrisi sogni e fatica.
Per risonanaza vado ad un paio di sandali sul confine di due terre: quella terreste e quella sacra. Sono i sandali di Mosè che lui sfilò per avvicinarsi al roveto ardente.
Nessuna parla mai di quei sandali. Tutta l’attenzione è sull’uomo che oltrepassa il varco e accede al mistero. Ma sono i sandali gli unici veri testimoni dell’evento, le uniche impronte originali lasciate a memoria di una storia iniziata e conclusa nella vita.
dedicata a mia madre.
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Il primo sorriso del mondo
Febbraio 13, 2008, 5:21 am
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eccoti finalmente!
Ti portano a me su un carrello, sotto un coperchio di plexigas… se non ci fossero gli oblò direi che mi stanno portando il carrello dei dolci…
…e tu sei là, che fai le boccacce sputacchiando bolle di saliva, la piccola bocca imbronciata, le manine strette a pugno… dagli occhi chiusi una lacrima riga la tempia e scivola lenta.
Hai fatto il tuo ingresso nel mondo.
Ti guardo, piccola creatura, e penso che sei unica e irripetibile e nello stesso tempo hai in te una parte di me. Sei mia nipote. Ma non ti sento tale
Ti sento come un mondo a me sconosciuto ma che per ragioni arcane si è legato al mio mondo.
Graviteremo insieme, su orbite strettamente connesse, ma mai ci incontreremo.
Ed è giusto così. Ognuna di noi guarderà all’altra così come gli uomini guardano ogni giorno e ogni notte alle stelle e alla luna, stupefatti che tale meraviglia sia loro riservata.
Ci saranno notti in cui saremo in ombra, ma consapevoli di esistere anche se nascosti alla vista. E allora non sarà ombra, non sarà notte, ma notte pregna di un seme di luce che tramanderemo, così come si è tramandato, attraverso un sorriso … il primo sorriso del mondo.
Ti portano a me su un carrello, sotto un coperchio di plexigas… se non ci fossero gli oblò direi che mi stanno portando il carrello dei dolci…
…e tu sei là, che fai le boccacce sputacchiando bolle di saliva, la piccola bocca imbronciata, le manine strette a pugno… dagli occhi chiusi una lacrima riga la tempia e scivola lenta.
Hai fatto il tuo ingresso nel mondo.
Ti guardo, piccola creatura, e penso che sei unica e irripetibile e nello stesso tempo hai in te una parte di me. Sei mia nipote. Ma non ti sento tale
Ti sento come un mondo a me sconosciuto ma che per ragioni arcane si è legato al mio mondo.
Graviteremo insieme, su orbite strettamente connesse, ma mai ci incontreremo.
Ed è giusto così. Ognuna di noi guarderà all’altra così come gli uomini guardano ogni giorno e ogni notte alle stelle e alla luna, stupefatti che tale meraviglia sia loro riservata.
Ci saranno notti in cui saremo in ombra, ma consapevoli di esistere anche se nascosti alla vista. E allora non sarà ombra, non sarà notte, ma notte pregna di un seme di luce che tramanderemo, così come si è tramandato, attraverso un sorriso … il primo sorriso del mondo.
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