racconti, poesie, pensieri di Orìt


aghi e filo
giugno 22, 2010, 5:18 am
Filed under: manualità creativa

un filo

…. di lana

… di cotone

…di seta

purché sia filo, un filo filato  ….

e  un filo in combutta con un ago, un paio di ferri o con un uncinetto, che altro non è che un filo di ferro uncinato, può essere materia per una creazione.

Ma …

… come per ogni creazione servono due mani.

E’ una sorta di matrimonio creativo quello che permette che l’idea divenga materia: un matrimonio tra due mani e un filo….

se poi sono mani femminili, mani di Donna, a intrecciare quel filo con l’ausilio di uno o due  fili di ferro, in una fantasia di nodi e di vuoti che rimandano ai voli di ali di farfalla o di trasparenze invitanti a sogni di fanciulli?

“Celebratela per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città” esortano nel commemorarla quando finita nel tempo è l’opera sua…

Le mani creano tessendo modellando accostando ricomponendo.

Ogni donna un po’ ci prova.

Anche un ago e un filo possono essere una sfida,  pari ad una scalata di un alto monte.

Non solo creta… non solo marmo… non solo colori e pennelli…  non solo inchiostro e penna o una tastiera di un PC …sono materia per la sfida.

Per una sfida creativa basta anche un semplice filo… come ai tempi in cui “Berta filava”…..

Ogni donna, dicevo, ci prova prima o poi nella vita. Perchè quel filo da annodare, cucire, tessere è lungo quanto la storia dell’umanità

Io ci ho provato a dare forma e realtà alla fantasia.
Perché la Bellezza si esprime nei sogni femminili anche in un intreccio di fili.

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Cinque passi a Firenze
marzo 11, 2008, 5:09 pm
Filed under: Riflessioni
Florence Pen Festival 
Brevi note di viaggio
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Triste è stato vedere parte di Firenze, la nobile signora che tanto lustro diede all’Italia, invasa da bancarelle e negozi madeCina: le belle strade rinascimentali invase da cianfrusaglie che nulla hanno a che spartire con opere di inimitabile arte…. la pattuglia di polizia urbana antidegrado (!!!) a ridosso del centenario Ponte Vecchio sull’Arno… e l’ Arno comunque tranquillo e grigio, come grigio il cielo sotto  un velo di nubi che il sole non ha avuto forza di squarciare…
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Il primo marzo insomma a Firenze: appena scesa dal treno, rovescio il programma
Non subito a Palazzo Brunelleschi, ma in prima battuta  una visita alla vicina officina del profumo di S.Maria Novella. In fondo il Festival era solo l’occasione per mettermi su un percorso di scrittura  non solo sulla scia dell’inchiostro, ma anche olfattivo.
Eccomi dunque alla Officina Farmaceutica  Santa Maria Novella.
Erano 4 o 5 anni che non ci tornavo …
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Decido prima per l’olfatto e poi per il tatto.
Come si entra nell’Officina di Via della Scala, si viene  viene accolti e avvolti già sull’uscio da un abbraccio profumato.
Fatti i pochi passi dall’ingresso, alcuni gradini mi sollevano verso l’ingresso vero, che appare come una “bocca” di un antro odoroso. L’impressione è quella di penetrare in un alveo di misteri, in un utero ovattato di suoni muti fatti aroma.
Le pareti dell’ingresso sono di legno intarsiato, protetto da un cordone che ne preserva l’integrità virginale… Altri due  passi e lo stretto ingresso si apre sulla vasta sala. ….
Vetrine di antiche mobilia racchiudono vasi e boccette, prodotti artigianali di vetuste ricette.
Al bancone sul lato frontale della sala,  gentili signorine rigorosamente vestite di blu, si prestano a spruzzare su striscioline di carta essenze di fiori, di scorze, di erbe di questa Natura così disprezzata ma tenacemente generosa.
Cedo alla tentazione olfattiva e scelgo una colonia di zagara e un olio per bebè per la nipotina, ma che ben si adatta anche a bebè invecchiati nel corpo ma non nello spirito.
I sensi inebriati da fraganze che solleticano la memoria alla ricerca della loro identificazione, mi spingono verso una vetrina…come un richiamo udibile solo dagli anfratti dell’anima: e vi scopro una ampolla. Sull’etichetta è vergato il nome del suo contenuto: “Nostalgia”.
Ritorno dalla vestale che così gentilmente mi aveva cullato poc’anzi. Le chiedo lumi. ” E’ possibile annusare l’odore della nostalgia?”, chiedo.
Mi stuzzica l’idea di come sia stato interpretato l’odore di questa emozione. Le emozioni hanno odore?
E ora sto pentita di non aver acquistato quell’opera di maestria profumiera.
Perchè quell’aroma – mi spiega l’angelo dei profumi – è stato commissionato da un signore di cui non ricordo il nome, che desiderava distillare dall’alambicco non l’essenza dell’Opera di Dio, ma quella dell’opera dell’uomo.
Un profumo strano, che sa di gomma bruciata, di fiamma ossidrica, di cannello sul metallo, di olio sulle tute e sulle mani da operaio.
L’ho riconosciuto quell’odore: era nell’officina di mio padre. Mi avvolgeva mentre giocavo tra martelli, bidoni e uomini impegnati sui motori in riparazione…
“Nostalgia”….. mai nome poteva essere più appropriato, perchè quella stretta strisciolina di carta che strisciavo sotto le narici racchiudeva la mia infanzia, sollecitava ricordi di sogni e di giochi.
Con l’anima incantata e sorpresa via allora verso un altro atelier di un maestro profumiere, ma ahimè era chiuso.
Riaprirà con l’inaugurazione dell’Accademia dei Profumi.
E forse è stato provvidenziale, perchè i profumi sono strette vie che vanno percorse fino in fondo ed è inopportuno quanto rischioso deviare prima della meta.
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E così, dopo un kebab ripieno di falafel che mi richiamano alla memoria profumi d’oriente e sapori di Jerusalim, arricchito da verdure insaporite dalla giusta salsina, salgo su una carrozzella guidata da Lola, una cavallina dalla pelliccia bianca e dal carattere mite. Passo passo, al ritmico suono dei suoi zoccoli,  giungo al palazzo Brunelleschi,  mentre nelle narici che ancora trattengono il bordo della veste degli antichi aromi  dell’opera di Madre Natura e di suo figlio Adamo, si aprono ad accogliere l’odore di pelo, di pelle, di fieno che si sprigiona dall’animale. E penso che dietro la carrozza quel suo odore equino fuso con il profumo di zagara scivola sul selciato come un velo .
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Florence Pen Festival mi dà il benvenuto
Penne, matite di vario genere e fattura fanno bella mostra di sè. alcune mostrano i segni del tempo… i pennini portano residui di vecchi inchiostri. Ne prendo in mano qualcuna… pezzi di straodinaria bellezza, manufatti fragili, dai colori più vari, intarsiati, di madreperla, di legni e di metalli più o meno preziosi.
Qualcuna mignon che rimanda a mani femminili, delicate come il pennino che fuoriesce e rientra svitando e avvitando il perno… fragili levette, piccine piccine, per caricare il liquido nel serbatoio.
Quanta ingegnosità… !
Una penna porta due pennini e il suo proprietario mi spiega che nell’esile corpo nero di ebanite vi stanno due distinti serbatoi da caricare con inchiostri di colore diverso.
Un collezionista mi mostra con orgoglio la penna del “dottore” con il termometro inserito nel corpo. E con orgoglio mi apre la rivista Penna Magazine alla pagina dove ci sta il suo articolo su questa rarità. Mi parla del colpo di fortuna nell’averla ritrovata su una bancarella con il suo astuccio e dei costi sostenuti per ridarle la sua funzione. Un pezzo d’antiquariato insomma che è un pezzo della nostra storia.
E mi parla di come anni fa i collezionisti degli USA fossero “sbarcati” nella nostra bella Italia proponendo vantaggiosi scambi tra le loro e le nostre collezioni. Scambio-mi spiega- che lui ha rifiutato, facendo tra sè e sè quattro calcoli: il target USA era di milioni di persone, la produzione nostrana vantava qualche migliaio di esemplari. Ma – pensava tra sè che sarebbero state le nostre a valere a tempo debito proprio perchè con l’avvento del pc e l’abbandono dell’inchiostro queste piccole opere d’artigianato sarebbero state delle preziosità da tenersi ben strette.
Aveva ragione. Ora le nostre officine le hanno acquistate società orientali e la maggiore produzione è destinata al mercato dell’Est.
In una bacheca troneggiano penne con l’effige dei vari sceicchi….
 E sempre con orgoglio mi illustra l’altra penna Omas CachetFiat sempre destinata al camice bianco. Me la mette in mano e il suo verde smeraldo rispende di lucicchii…Gli chiedo il valore e non mi meraviglia la cifra: comunque non è in vendita.
Lo rassicuro che la mia tasca non potrà mai sostenere un tale esborso, ma che anche la più umile penna mi appassiona proprio al pari di un gioiello.
Guardo con stupore una piccola penna, un gadget di qualche decennio fa, e che ora vale centinaia di Euro, con iminuscoli dadi che fluttuano nel liquido racchiuso nella parte superiore.
E subito mi torna alla memoria una penna di simile fattura che papà aveva scelto come regalo natalizio per la clientela: al posto dei dadi nel liquido fluttuava un pistone di motore di pochi millimetri… Chissà se nella confusione lasciata dai devastatori che hanno smontato e sporcato la nostra vecchia officina ne ritroverò mai un esemplare. Il cuore ha un tuffo, sobbalza come quei tre dadi nell’acqua.
  “Molte volte – dico al collezionista – mi fermo davanti alle vetrine degli orafi, ma non bramo nè mi angustio per un gioiello che mi piace e che non potrei mai permettermi. Mi piace ammirare l’ingegnosità, la fantasia sposata alla tecnica… mi entusiamo e mi commuovo davanti all’opera e vado all’ignoto operaio/artista che l’ha forgiata ….Le confesso che mentre osservo e il cuore mi si allarga. Come adesso davanti a certe penne o a quella semplice piuma d’oca imbavagliata in un pennino a forma di manina…”
“Beh…- mi risponde sornione – le auguro che il cuore non le si allarghi troppo…perchè è così che nasce un collezionista…Un po’ per caso… si ritrova malato”… La moglie accanto sorride e scuote la testa approvando…
Ci ridiamo su e dopo i soliti convenevoli di saluto esco.
Una folata di vento mi scompiglia i capelli.
Mi incammino verso la stazione … non percepisco più il profumo del cavallo nè quello di zagara. Percepisco al loro posto molto nitido lo stridore di trombe e l’eco di slogan. Un corteo di dimostranti sfila sulla via e sono costretta al ritorno lungo una parallela. Cammino veloce tra bancarelle di giacche e pellami di vario colore e fattura esposti su bancarelle cinesi. L’odore del cuoio sta sospeso sulla strada e si mescola a quello di patatine fritte …
Sbuco davanti alla stazione e mi giro.
Firenze è alle spalle e sorrido ripensando al lato posteriore della statua che mi sovrastava poc’anzi  … Affronto l’clamore della stazione e vi affondo, mi perdo e mi sperdo… gli aromi che m’hanno incantati svaporano pur essi nella via del ricordo.
E’ stata una giornata ricca di emozioni…
Mi riprometto di ripercorrene i passi….
chissà……..
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Le scarpe
febbraio 13, 2008, 5:27 am
Filed under: Riflessioni

Non è molto tempo che ho riposto vestiti e oggetti di mamma.
E’ mancata tre anni fa, ma solo qualche mese addietro papà novantenne si è deciso a spostare le sue cose.
Ogni oggetto gli richiama ricordi di momenti loro, felici o meno non importa; alla sua età separarsene è per lui una rottura troppo forte.
Lo vedo mentre annusa il maglione di mamma mentre le lacrime gli solcano le guance.
Così per fare spazio e un nuovo ordine a lui più congeniale , alla fine s’è deciso. M’ha detto: non buttare via niente, metti tutto nell’armadio. Lascia appeso solo quell’abito lì…..
Mi sono scoperta fata, perchè sebbene senza bacchetta magica alla fine sono riuscita a chiudere le porte dell’armadio con tutte le sue cose pulite ed impacchettate, anzi insaccate in bei sacchi di nylon sottovuoto.
La confusione degli indumenti da riporre poggiati sul letto  m’ha distolto dal soffermarmi sulle camicette che lei aveva cucito, o sul pizzo che l’avevo vista lavorare all’uncinetto sotto la finestra aspettando che papà rientrasse per cena… La confusione in cui ero piombata cercando di riordinare e impacchettare tutto, mi avvolgeva come la nebbia  d’inverno copre e maschera i campi umidi e fradici di pioggia.
Ma poi è venuto il momento delle scarpe.
Me le porto dietro le immagini di quelle scarpe. La loro forma, il loro vuoto, il loro stare appaiate vicino a quelle mie e a quelle di mio padre, danno spessore e senso ad una vita.
Con la mente le trasporto a casa mia. Le metto accanto a quelle della mia famiglia.
Sono lì, sempre. Si sovrappongono alla stessa immagine del volto di mia madre.
Hanno voce. Parlano parole silenziose. Gridano pur restando mute.
La forma del suo piede nell’impronta della suoletta, la deformazione della punta, la sbavatura della vernice, il residuo di polvere sulle suole….
Papà mi ha detto: se ti vanno bene prendile; avete lo stesso numero di piede, tu e la mamma.
-Non mi vanno bene, pà – ho  risposto, ma senza provarle. Una sorta di pudore, quasi un sacrilegio pur sapendo che nessun sacrilegio sarebbe. E se ci fosse necessità anche sul sacrilegio si sorvola. Ma non posso riprendere a calcare la terra sovrapponedomi a quelle impronte. Sono le sue orme sulla vita. Sarebbe come cancellarne il segno.
Niente e nessuno può parlare di una persona quanto le sue scarpe lasciate per sempre al’angolo del mobile, o a  lato di un auto sinistrata sulla via.
Le scarpe sono i depositari di segreti di lacrime sorrisi sogni e fatica.
Per risonanaza vado ad un paio di sandali sul confine di due terre: quella terreste e quella sacra. Sono i sandali di Mosè che lui sfilò per avvicinarsi al roveto ardente.
Nessuna parla mai di quei sandali. Tutta l’attenzione è sull’uomo che oltrepassa il varco e accede al mistero. Ma sono i sandali  gli unici veri testimoni dell’evento, le uniche impronte originali lasciate a memoria di una storia iniziata e conclusa nella vita. 
dedicata a mia madre.
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Il primo sorriso del mondo
febbraio 13, 2008, 5:21 am
Filed under: Riflessioni
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eccoti finalmente!
Ti portano a me su un carrello, sotto un coperchio di plexigas… se non ci fossero gli oblò direi che mi stanno portando il carrello dei dolci…
…e tu sei là, che fai le boccacce sputacchiando bolle di saliva, la piccola bocca imbronciata, le manine strette a pugno… dagli occhi chiusi una lacrima riga la tempia e scivola lenta.
Hai fatto il tuo ingresso nel mondo.
Ti guardo, piccola creatura, e penso che sei unica e irripetibile e nello stesso tempo hai in te una parte di me. Sei mia nipote. Ma non ti sento tale
Ti sento come un mondo a me sconosciuto ma che per ragioni arcane si è legato al mio mondo.
Graviteremo insieme, su orbite strettamente connesse, ma mai ci incontreremo.
Ed è giusto così. Ognuna di noi guarderà all’altra così come gli uomini guardano ogni giorno e ogni notte alle stelle e alla luna, stupefatti che tale meraviglia sia loro riservata.
Ci saranno notti in cui saremo in ombra, ma consapevoli di esistere anche se nascosti alla vista. E allora non sarà ombra, non sarà notte, ma notte pregna di un seme di luce che tramanderemo, così come si è tramandato, attraverso un sorriso … il primo sorriso del mondo.
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Sul Connettivismo
dicembre 8, 2007, 5:13 pm
Filed under: Riflessioni

Lo confesso: non sapevo nulla sul Connettivismo prima che mi fosse segnalato il sito Europa magica.

Il termine comunque non mi era nuovo. Mi richiamava però altre realtà:
Connessione : a Internet, ad esempio
Connettivo : tessuto conn., Massaggio conn., Riflessoterapie, Rolfing. E poi ancora:
Connettere /non connettere: espressione questa usata sovente per esprimere uno stato di difficoltà ad essere qui/ora, presenti e vigili; per segnalare che qualcosa di meno esplicativo a parole s’è inceppato nel profondo del nostro essere, così che è venuta meno quella connessione di pensieri veicolo di successive parole e azioni.

Cosa veicola la “connessione”?
Quale il suo input?

La connessione connette parti con altre parti e/o con un insieme.
Il suo input? Un con-tatto. Un con-tatto che avvii un flusso di stimoli che si espanda a tutte le parti connesse.

Il massaggio connettivale si basa su questo principio. Si tocca ( con-tatto) un punto del corpo, ovvero un punto dell’insieme psicofisico di una persona, e si avvia una reazione energetica che si propaga tras-formando l’unità, ovvero la forma di quel corpo-persona umano nella sua complessità.

La filosofia del Rolfing, nonché la sua scienza riposa invece nell’arte “di integrare in maniera strutturale, funzionale ed energetica il corpo-persona umano nello spazio-tempo e nella gravità mediante la manipolazione miofasciale e l’educazione dei movimenti” [ 1].

Possiamo considerare queste tecniche manipolative una metafora del connettivismo.

Il tessuto connettivo che forma, racchiude, sostiene, protegge veicolando informazioni, diventa allora per analogia il tessuto connettivo dell’Umanità. Ogni singolo individuo è una cellula di Adàm Universale che si alimenta, si sostiene, si tras-forma grazie ad una successione di input generati da con-tatti ininterrotti.
La “rete” connettiva è il veicolo che mette tutte le relazioni ( conseguenti al con-tatto) in relazione tra loro.

Il con-tatto

La parola “massaggio”, tecnica di con-tatto di un corpo con un altro corpo, rimanda al messaggio. Le carezze, le varie pressioni sulla pelle inviano dei precisi segnali ai recettori. Il tatto di chi effettua il massaggio è in stretta “connessione” con il tatto del fruitore del massaggio-messaggio. I recettori captano il “contenuto” del messaggio e lo mettono in circolo.
Ogni forma di con-tatto non è altro che una forma di messaggio. E viceversa il messaggio è una forma/espressione di contatto.
Manipolando la “forma” di un corpo si può, dunque, con opportuni input, tras-formarlo e dare nuova forma al suo spazio.
La trasformazione può avvenire manipolando il corpo, ma anche attraverso altre tecniche: lo yoga, la meditazione, nonché attraverso parole e suoni. La musicoterapia ne è un esempio. Questo significa che la sollecitazione, o input da con-tatti di uno o più punti dell’insieme psicofisico umano, non è solo “materiale”. Il corpo non è solo una forma di muscoli e ossa.
La vera tras-formazione di un uomo però, per essere veramente tale, non avviene solamente sul piano fisico: coinvolge anche il piano mentale, emotivo, spirituale.
In Genesi, vi è già la traccia di Connettivismo : nel soffio di Dio che infonde vita ad Adamo (Gn. 2:7) – ad esempio, e più avanti, nel sogno di Giacobbe (Gn.28: 12).

Dio si “connette” ad Adamo attraverso il Suo soffio: da forma statica Adamo si trasforma, dopo tale con-tatto, in una nuova forma vitale e dinamica: ‘divenne essere vivente’. La neshamà è l’essenza del suo tessuto connettivo.

Nel sogno di Giacobbe invece è la scala la via, la “rete” su cui salgono e scendono angeli. Gli angeli nella Bibbia sono sempre portatori di messaggi.
Giacobbe vede dunque angeli/messaggi che si muovono salendo e angeli/messaggi che si muovono scendendo….: la scala di Giacobbe è il primo interscambio visivo tra soggetti che esistono in realtà separate ma “collegate” in un unicum, che così si tras-forma ( ovvero modifica la sua forma) dynamicamente.

Tornando al Connettivismo,
l’Umanità, grazie anche ad Internet, sta diventando consapevole della sua natura di Adàm Universale.
In tempo reale notizie e informazioni si propagano da e verso ogni sito della Terra. Gli uomini per la prima volta si sentono “collegati” gli uni agli altri, si scambiano emozioni, pensieri, immagini. In breve: si raccontano. La quantità e la qualità degli input immessi nella “rete” connettiva umana è di incommensurabile valore e potenza (dynamis): l’umanità tutta è coinvolta in modo travolgente e tras-formante.
Una trasformazione che non avviene però per mezzo di contatti sulla pelle ma attraverso contatti di altra natura.

Connettivismo e Potere

Se l’ignoranza del popolo fu l’alleata per eccellenza dei tiranni, il Connettivismo è il nuovo spauracchio del Potere.
Tant’è che una delle grandi battaglie che il Potere si trova oggi a combattere è la “censura” della libera circolazione di notizie sulla rete.
Per il Potere il vero pericolo della ‘rete’ connettiva non è in quello che denuncia al popolo: ovvero l’esubero delle panzane (tutti scrivono di tutto e di più) o il rischio per le giovani menti di imbattersi in un ‘orcomangiabambini’. Il vero pericolo, per il Potere, è proprio quello di trovarsi come una cellula spuria in un organismo che, reintegrandosi piano piano come Umanità libera e sana, prima o poi lo fagociterà.

1] Jeffrey Maitland – Il corpo spazioso